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Raccontare online oggi: cosa resta davvero dello storytelling?

Scrivania moderna con laptop aperto su progetto web, mano che sistema appunti su carta, tazza

Se gestisci un sito o dei profili social, probabilmente ti chiedi ancora quanto senso abbia raccontare una storia oggi. Abbiamo letto e sentito parlare di storytelling ovunque, presentato spesso come la soluzione a tutti i problemi della comunicazione online. Ora, tra la quantità sempre crescente di contenuti e l'immediatezza richiesta dal pubblico, ti sarai chiesto se il racconto abbia ancora uno spazio utile – oppure se sia solo un orpello che rischia di passare inosservato. Noi di WAINET preferiamo affrontare le domande dei nostri clienti in modo diretto, senza promesse miracolose, ma provando a chiarire dubbi concreti.

Cosa resta dello storytelling oggi

Ogni giorno, chi naviga si trova di fronte a caroselli, recensioni lampo, meme che svaniscono in poche ore. In questo scenario, il dubbio se valga la pena investire del tempo a raccontare nasce spontaneo: davvero il pubblico nota ancora una storia, quando lo scorrere tra un contenuto e l'altro è così rapido? Eppure, anche nei formati più brevi, capita spesso che una piccola narrazione – purché credibile e concreta – lasci qualcosa che slogan o frasi standard non riescono a trasmettere. Non serve mirare al racconto perfetto oppure creare una fiction: spesso basta un dettaglio familiare, una scelta che si svela, una svolta vissuta che restituisce senso a ciò che si mostra.

Come lavoriamo noi? Non amiamo le ricette valide per tutti. Abbiamo notato che oggi la platea riconosce se un racconto è solo una mossa di marketing senza sostanza: se percepisce forzature o storie inventate, si allontana subito. Funzionano invece narrazioni brevi e oneste, anche non troppo rifinite, che rispondono a una domanda reale e portano esempi precisi. L'importante non è "raccontare qualcosa a ogni costo", ma scegliere di raccontare solo quando aggiunge davvero valore.

Che utilità ha la narrazione nei siti web

Chi deve rifare la presenza online spesso ci chiede se serva davvero una storia sulla pagina dedicata al proprio percorso, oppure sia sufficiente una classica presentazione dei servizi. Il nostro riscontro, dopo tanti progetti, è che la completa assenza di narrazione rende tutto molto impersonale e rischia di appiattire la comunicazione al punto che ogni realtà sembra uguale all'altra. Elencare solo date, certificazioni o parole chiave non lascia una traccia distinguibile; al contrario, una piccola narrazione sul perché di una scelta professionale oppure sulla nascita di un progetto diventa un ponte: crea un collegamento in più tra chi legge e chi offre i servizi.

Non c'è bisogno di scene lunghe o racconti articolati. A volte basta un aneddoto verificabile, una sequenza fotografica che mostri una soluzione adottata o una breve presentazione onesta del gruppo di lavoro per dare una dimensione meno fredda al sito. Chi consulta una pagina cerca segnali di affidabilità e trasparenza, non una maschera impenetrabile fatta solo di promesse. Basta trovare il tono giusto e un contenuto realmente fondato sull'esperienza.

Narrazione breve e autentica nei social

Sui social la velocità sembra dettare legge: tra storie, reel e post lampo la pressione a pubblicare contenuti rapidi è concreta. In questo flusso, una breve narrazione coerente con il proprio stile può ancora spingere le persone a soffermarsi. Spesso funziona spiegare in due righe una scelta fatta durante un lavoro, raccontare cosa si è migliorato dopo una difficoltà o condividere un dietro le quinte essenziale ma significativo.

I canali e i pubblici variano: ognuno richiede un tono e una frequenza diversi, per cui non c'è una formula pronta. Quello che però si registra ormai ovunque è che i contenuti troppo simili o generici stancano. Una nota personale e aperta su un passaggio pratico, una risposta a una domanda ricevuta oppure un racconto vissuto senza filtri crea un coinvolgimento diverso rispetto a una sequenza di pubblicazioni statiche. Utilizzare la narrazione come strumento mirato, in modo coerente con le proprie reali attività, può fare la differenza – senza inutili forzature.

Quando è meglio farne a meno (e quando può servire)

Non sempre aggiungere una storia è sensato. Se il contenuto deve risolvere un'informazione pratica – tipo orari, prezzi, servizi che richiedono chiarezza e sintesi – complicare con un racconto rischia solo di allungare il percorso e far perdere il punto. Quando, invece, si vuole costruire un minimo di fiducia, mostrare il lavoro di squadra o condividere un'esperienza significativa per il proprio approccio professionale, anche una narrazione breve aiuta a far emergere l'identità di chi sta dietro a una pagina.

Molto spesso, in sede di progetto e revisione, ci chiediamo: aggiungiamo troppo? Ci limitiamo troppo? Come si misura il "giusto" livello di racconto? È una zona di confine con pochi automatismi: cambia molto da progetto a progetto e da pubblico a pubblico. Provare soluzioni e raccogliere riscontri aiuta ad aggiustare la mira: a volte basta una modifica apparentemente minima per cambiare il livello di connessione che si crea con chi ci legge. Su questo tema ci capita di non avere una risposta definitiva, e il margine di ragionamento resta sempre aperto per nuovi esempi e spunti.

Oggi il vero punto chiave non è la lunghezza delle storie, ma l'ascolto delle domande che emergono e una comunicazione trasparente. Se vuoi ragionare con noi su come integrare la narrazione nel modo più utile e concreto per il tuo caso, puoi contattarci qui senza impegno.

  • Ultimo aggiornamento il .

Un commento

  • Come si racconta un'attività che svolge un lavoro apparentemente normale senza inventare una storia eccezionale? Non tutte le aziende hanno origini avventurose o prodotti rivoluzionari, e forzare il racconto rischia di renderlo poco credibile.

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